Aldo Moro, 30 anni dopo. Il rapporto con Ruvo

Salvatore Bernocco

Nell’anniversario del rapimento, il contributo dell’amico Salvatore Bernocco, che ricorda anche quanto importante sia stato Aldo Moro per la città di Ruvo, da cui ebbe “realizzazioni e benefici”.

0 commenta

Trent’anni fa, il 16 marzo 1978, l’eccidio di Via Fani a Roma, il rapimento dell’On. Aldo Moro, la sua lunga prigionia in una “prigione del popolo” dei famigerati brigatisti rossi, da taluni definiti, con molta fantasia e sovrabbondante inclinazione umanitaria, “compagni che sbagliano”. Quindi, il 9 maggio, il terribile epilogo, la sua uccisione ed il ritrovamento del corpo in Via Caetani, a metà strada fra la sede della Democrazia cristiana e quella del Partito comunista italiano.

Non ripercorrerò la vicenda politica di Moro, altri lo stanno facendo questi giorni con articoli, conferenze, libri, interviste, con più competenza e profondità. Molti, forse troppi, in quel numero essendosi infiltrati anche quanti hanno strumentalizzato il pensiero di Moro, dirottato le sue intuizioni, trasposto nell’oggi ciò che, dal punto di vista delle prospettive e degli scenari politici, appartiene al passato, risale ad un trentennio fa, ad un’Italia in cui alle elezioni politiche del 1976 ci furono due vincitori, con il Pci che sfiorò il sorpasso sulla Dc di Zaccagnini. La strategia morotea del dialogo e del confronto col Pci dell’epoca, che Eugenio Scalfari definì delle “convergenze parallele”, sulla scorta della proposta, formulata da Enrico Berlinguer agli inizi degli anni ‘70, di un compromesso storico fra le culture cattolica, comunista e socialista (Moro e La Malfa furono i principali interlocutori del leader comunista), si colloca in quell’epoca storica.

Ancora oggi c’è chi la tira per le lunghe per giustificare scelte che sono di questo nostro tempo, politicamente lontano anni luce da quei giorni. Operazione intellettualmente e culturalmente scorretta, quindi, che evidenzia, tra l’altro, quanta povertà di inventiva culturale e politica ci sia nella politica italiana, costretta a pescare idee nel mare del passato. Speculare a questo vizio è la spettacolarizzazione della politica, qualcosa di meno greve dell’intellettualismo di certe parti politiche, ma di ugualmente nocivo, come controindicato è l’attingere a culture ed esperienze scarsamente compatibili con l’animus italiano, con le sue tradizioni, la sua storia. Il nuovo deve sorgere in casa propria e sulla base di percorsi autonomi, limpidi ed originali, che facciano tesoro del passato e delle esperienze altrui, certo, ma senza mai esaltarle o farne qualcosa di paradigmatico. Il guaio italiano, del resto, sta nel fatto che a processi che necessitano di incubazione, di tempo, di riflessione, si sostituisce l’estemporaneità di azioni e dichiarazioni. Non sorprende quindi, anzi allarma, che ciò che nasce sia fisiologicamente debole, fragile, politicamente insignificante.

La politica non è un concorso di bellezza o un set cinematografico o televisivo. Non è neppure il futuro della nostalgia, illusione o suggestione. La politica è soluzione dei problemi di una comunità, partendo dai bisogni delle fasce deboli. È vocazione al servizio disinteressato, che De Gasperi indicò quale cifra distintiva di chi voglia occuparsi di politica, mai cortina fumogena di parole. Ma anche nel caso dello statista trentino parliamo di preistoria politica, per quanto il suo insegnamento sia di grande attualità (per tacere dell’attualità della lezione etica di don Luigi Sturzo, ad esempio, o di Giorgio La Pira).

Fra Moro e la città di Ruvo ci fu un feeling particolare, un rapporto intenso, foriero di molte realizzazioni e benefici. Fra Moro ed i cittadini ruvesi, a dispetto di chi lo giudicava criptico, complicato, involuto. Era complesso, questo sì, un aristocratico della politica con una invincibile inclinazione al bene comune ed una assoluta capacità di ascolto e di compenetrazione nelle altrui ragioni. Per liberarlo si fece poco, l’assurda linea della fermezza sbarrò la strada alla sua liberazione, per quanto secondo molti la sua sorte fosse stata già decisa il 16 marzo, forse dai brigatisti, forse da altri. La sua morte, tuttavia, segnò non solo la fine delle Brigate Rosse, ma anche della Democrazia cristiana, anni prima della caduta del Muro di Berlino.

Di lui rimane in chi lo conobbe o si accostò disinteressatamente al suo pensiero l’immagine di un uomo semplice, mite e buono, come ebbe a definirlo Papa Paolo VI.

Foto: Aldo Moro in una delle sue visite a Ruvo sul finire degli anni ’60. Si ringrazia Salvatore Bernocco.

avatar

Commenti

  • devil20 (utente non verificato)

    Bravo Salvatore. Questa immagine ripaga le tante insulsaggini politiche che trovano spazio in questi giorni su questo giornale. Questo è il respiro lungo della storia. Ricordatevi, destrelli e sinistrelli, che quando parlate (a vanvera) di centrodestra e di centrosinistra usate ancora (indegnamente)espressioni politiche coniate da Aldo Moro

  • gulag (utente non verificato)

    egr. salvatore: hai citato due statisti illustri che guarda caso vengono ricordati solo per discorsi di morale per la campagna elettorale e dimenticati nel momento della risoluzione dei bisogni. loro hanno fatto la storia vivendo la guerra e il dopo guerra, gli attori della politica odierna vivono il benessere servendosi delle istituzioni(casta) grazie al capolavoro politico dei citati statisti.

  • ruvodi (utente non verificato)

    Il ricordo del grande statista Aldo Moro rimane ancora oggi molto grande,egli fu galantuomo,passionale ,ma sopratutto un vero Italiano.

  • antonio63 (utente non verificato)

    Caro Salvatore, quelli si che erano tempi belli della poltica, non ora con questi scagnozzi che non capiscono nulla
    MA IL LORO INTENTO e’ solo quello di occupare una poltrona o uno scanno in politica giusto per contae qualcosa o sentiorsi qualcuno.