A Ruvo un comitato referendario per “l’acqua bene comune”

La Redazione

“Sì per l’acqua bene comune” ai referendum del 12 e 13 Giugno

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Decreto Ronchi: chi è questo sconosciuto? Lo spiega Vito Lamonarca per il comitato referendario ruvese 2SI’ per l’Acqua Bene Comune.

«Alla luce di due provvedimenti legislativi recenti – l’art. 23bis della L. 133/2008 e l’art. 15 della L. 166/09 (Decreto Ronchi) – la nostra classe politica ha sancito che la gestione del Servizio Idrico Integrato debba essere affidata, in via ordinaria ed a mezzo di gara ad evidenza pubblica, a Società per Azioni private o miste (pubbliche-private) limitando, riducendo e cancellando gli affidamenti a Enti di diritto pubblico o a Società per Azioni a prevalente capitale pubblico. Si è consegnato, dunque, il governo della risorsa acqua alle leggi del mercato, della concorrenza, della speculazione.

Un’azione all’insegna del mito dell’efficienza privatistica rispetto a quella pubblica per mascherare le pressioni di Confindustria perché si mettessero a disposizione delle imprese i servizi pubblici locali come fonte di guadagno assicurato in tempi di crisi.

È forse il caso di compiere qualche considerazione sugli aspetti formali e sostanziali con cui tali importanti decisioni sono state assunte. A partire dalle modalità che sono quelle del decreto legge e quindi della necessità ed urgenza. Uno dei due convertito in legge il 6 agosto 2008 mentre tutti eravamo al mare. Dove fosse l’urgenza, poi, non si è capito visto che la norma non esplicita le fonti comunitarie di riferimento che dovrebbe “applicare”. Convertiti in legge con il voto di fiducia. In fin dei conti non è il caso di spendersi in un confronto su un tema così delicato e cruciale per la vita degli uomini prima ancora che per l’economia di un Paese!

La L. 166/09 è targata come “attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee”. In realtà la Comunità Europea non ha mai obbligato alcun Paese membro a legiferare nel senso di una gestione privatistica rispetto a quella pubblica e la prova è che in Europa molti Paesi (Germania, Spagna, Svizzera, Belgio) e molte città mantengono la gestione pubblica del servizio idrico o sono avviate a reintrodurla. Lo ha ribadito anche la Corte Costituzionale secondo cui la normativa comunitaria non impone alcuna scelta predefinita di gestione del servizio idrico, lasciando ogni Stato membro, e relative articolazioni, libero di decidere se scegliere una gestione diretta o se mettere il servizio sul mercato.

Quella dell’etichetta comunitaria voleva forse essere un artifizio per sottrarla al referendum. Sempre la suprema Corte, in realtà, ha poi stabilito che la materia in oggetto si può modificare senza violare la cornice europea. In realtà la legge in esame nasce da un decreto omnibus che tratta di misure per la difesa del Made in Italy, di regolamentazione degli spot telefonici, di previsione di norme anti-mafia per l’Expo 2015, di proroga delle convenzioni per la Tirrenia, di obbligo di vendita di lampadine ed elettrodomestici a basso consumo … e tanto altro.

Nessuna legge organica, nessun riordino dei servizi pubblici locali, non una parola sulle reti, le perdite, la qualità del servizio. Non c’è alcuna riforma, non c’è dibattito. Non a caso il ministro che l’ha partorita è quello per “le politiche Europee”. Non è né quello per “l’ambiente e la tutela del territorio” né quello per “le infrastrutture”.

Un decreto che lede il principio di autonomia delle regioni e degli enti locali a legiferare in materia di gestione di servizi pubblici locali. Un decreto lesivo della libera concorrenza fra imprese in quanto discriminatorio nei confronti di operatori pubblici che pure hanno contribuito in questi anni al miglioramento degli standard qualitativi dei servizi pubblici locali.

L’Art. 15 della L. 166/09, scritto per adeguare la normativa italiana “alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica” si occupa di concorrenza, mercato e servizi pubblici di rilevanza economica. Ma quando è stato sancito che la gestione del “bene acqua” è un servizio pubblico a “rilevanza economica” piuttosto che diritto umano fondamentale, legato al diritto stesso alla vita?

Forse è il caso di dare una lettura all’ultima “Relazione annuale al Parlamento sullo stato dei servizi idrici” per rendersi conto che questo Paese ha bisogno di una radicale riforma della gestione del servizio idrico. Per rendersi conto delle distorsioni che portano a legare gli investimenti al tasso di crescita della domanda d’acqua. Ed a rammaricarsi quando questi risultano essere sovrastimati. Tutto ciò significa che, laddove il bene acqua diventa sempre più scarso e prezioso, noi puntiamo su un consumo sempre maggiore per rientrare nei costi di gestione e nelle spese degli investimenti visto che questi sono stati sottratti alla fiscalità generale ed attribuiti in bolletta secondo il modello del “full recovery cost”. E magari se non ce la facciamo chiediamo aiuto ai privati. Ai soci industriali ma anche alle banche, alle compagnie di assicurazione, agli azionisti.

Forse è il momento di prendere in considerazione la legge di iniziativa popolare promossa dal “Forum italiano dei movimenti per l’acqua” e sottoscritta da 406.000 cittadini che giace in Parlamento dal 2007 per cominciare a gettare le basi per un cambiamento che tenga conto dei diritti dei cittadini all’acqua, di tutti gli uomini, nessuno escluso. Anche quelli che non hanno possibilità di reddito per assicurarsela.

Tanto si potrebbe fare. Una sola cosa, però, è da evitare: consegnare l’acqua alle multinazionali capaci di trasformarla in affari, soldi e potere. E per evitare ciò bisogna cancellare dall’ordinamento giuridico italiano l’art. 23bis della L. 133/2008 e l’art. 15 della L. 166/09. Non è complicato. Non devi fare altro che andare a votare SI’ il 12 e 13 giugno prossimo. Il 6 agosto 2008 forse eravamo tutti al mare. Forse anche il 12 e il 13 giugno ci andremo. Non prima di essere passati dall’urna».

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