Il Circolo Pickwick di Charles Dickens

Tra sorprese, prodigi, smarrimenti e buon umore il sorprendente viaggio di quattro uomini in giro per la Gran Bretagna dell’Ottocento
Il signor Samuel Pickwick è un uomo corpulento, placido, roseo, pingue, un epicureo e, cosa ancora più importante, è il fondatore del circolo omonimo, il Circolo Pickwick appunto. Intenzionato a descrivere gli abitanti dell’amata patria, i luoghi, i paesaggi, la cultura e le tradizioni, decide di organizzare un viaggio attraverso l’Inghilterra.
Lo accompagneranno tre suoi cari amici: uno che si diletta di poesie, un altro che si dichiara, a torto, un brillante sportivo e l’ultimo che è un incallito donnaiolo. In seguito si unirà al gruppo il signor Weller: onesto lustrascarpe in una locanda, non tarderà a diventare il più grande amico, il confidente, il pratico consigliere del Signor Pickwick. Weller è uomo dei fatti, è onesto con il suo padrone e talvolta non disdegna di ricorrere a piccoli sotterfugi, attuati però sempre e solo contro i malvagi e con l’unico scopo di trarre dagli impicci il caro ed ingenuo Pickwick.
Di Weller ci divertono i motti e le espressioni di fulminante intelligenza, come quando egli esclama: “ Se niente niente vi preme la mia preziosa vita non mi fate ribaltare, come disse quel signore al vetturino, quando lo portavano alla forca” oppure: “Prima gli affari, e i piaceri dopo, come disse il re Riccardo terzo quando ammazzò quell’altro re nella Torre, prima di strangolare i bambini” o ancora: “Contentissimo di vedervi, proprio di cuore, e mi auguro che la nostra conoscenza durerà un pezzo, come disse quel tal signore al biglietto da cinque sterline”.
Intanto al lettore non sarà sfuggito, attraverso le prime esilaranti esperienze di viaggio del trio, il tono fresco, leggero e scorrevole del libro. La filantropia del signor Pickwick, il suo sconfinato amore per la cultura e per la conoscenza lo hanno indotto, una volta ritiratosi definitivamente dagli affari, a mettersi alla ricerca dell’uomo. Ammirevole scopo che farà scontrare i protagonisti della storia con i casi più eccentrici, facendoli immergere nelle avventure più spassose, negli incontri con i tipi più originali.
La conoscenza passerà attraverso vicende di ogni genere, dalle più piacevoli, suadenti, ammiccanti e stucchevoli a quelle più dolorose, sgradevoli, frustranti. Non è mai esattamente chiaro di cosa debba occuparsi chi fa parte del circolo; ci sono episodi in cui i sedicenti quattro esploratori del genere umano si trovano a discutere di improbabili teorie, a formulare le più stravaganti ipotesi, come quelle, ad esempio, intorno ai girini. Il viaggio prosegue e noi ci immergiamo in un mirabile, sconfinato e pungente affresco della società inglese: dai ladrocini della classe degli avvocati alla disperazione delle classi più povere, dai truffatori alle donne di malaffare, dalle donne per bene a bambini maleducati. Ci sono tutti: persone nobili e gente dall’anima nera.
Uno degli episodi più significativi è la causa legale in cui Pickwick è trascinato dalla sua padrona di casa che lo accusa di non aver mantenuto la promessa di matrimonio nei suoi confronti. Dopo alterne vicende si scoprirà che è stato tutto frutto di un equivoco, la condanna perciò si concluderà con un risarcimento. Il Signor Pickwick però rifiuta di pagare, perché considera errata la pena; verrà quindi rinchiuso nella prigione per debitori. Una volta scarcerato, tutto ritorna come prima.
Accompagnando Pickwick, ci troviamo immersi, a volte sommersi, in un’umanità varia e splendidamente rappresentata, tra personaggi così vicini alla nostra sensibilità da sorprenderci per l’esattezza chirurgica con cui noi stessi siamo brillantemente tratteggiati attraverso loro e ce ne sono altri tanto distanti da farci riflettere su quelle sfumature che mai ammetteremmo di noi stessi. I luoghi restano nella nostra memoria come se li avessimo direttamente vissuti tutti: dalle case country alle taverne, dalle dimore di persone per bene alle strade chiassose, ogni movimento, ogni spostamento, ogni sosta dei personaggi muove la nostra attenzione, attira la nostra curiosità, avvince la nostra mente.
La narrazione scivola lenta e sorniona tra gli eventi, miriadi di storie e di personaggi, tutti a formare la base strabiliante del coacervo umano di cui noi siamo parte, colmano il lungo racconto. E così, pagina dopo pagina, tocchiamo le ultime righe; l’addio ci rattrista, un viaggio splendido è terminato, l’allegra e schietta compagnia si scioglie. Con malinconia ci accorgiamo che definitivamente sta per interrompersi un ritmo brillante, vivace, suadente e mai noioso. Dickens, per tutta la durata del libro, non ha mai parole terribili per un’umanità così varia e diversa, non spreca giudizi, non si erge a sapiente, non solca la terra con un dito per stabilire la zona dei buoni e la zona dei malvagi.
Egli ci dà sempre, e noi, pagina dopo pagina ne abbiamo costantemente la certezza, una visione luminosa e lieta della natura umana, pur nella certezza dei suoi tratti a volte difficilmente comprensibili. A confermare che le alterne vicende trovano sempre una più corposa corrispondenza nelle alternanze profonde, misteriose, talora insondabili dell’anima.
E per dirla con il signor Weller: “Che poi valga la pena di passar tanti guai per imparar così poco, come disse il ragazzo quando fu arrivato in fondo all’alfabeto, è questione di gusto”.
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