L’Ottavario del Corpus Domini tra storia e leggenda

Elena Albanese

Una iniziativa volta a far scoprire le ricchezze d’arte di Ruvo sconosciute agli stessi cittadini.

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È stato un piccolo choc per i numerosi ruvesi intervenuti sabato scorso all’incontro presso la Chiesa di San Giacomo, sapere dalla voce di Cleto Bucci, Console Regionale del TCI, che la tradizione sull’istituzione dell’Ottavario nel nostro paese ad opera del Conte Carafa sia una “storiella inventata di sana pianta”.

La vicenda, da tutti conosciuta e creduta vera, sostiene che il nobiluomo, avendo scompaginato la Processione del Corpus Domini col suo cavallo, promise di farla ripetere otto giorni dopo tenendo egli stesso l’ombrello a protezione del Santissimo. Il dubbio nasce innanzitutto dal fatto che un’Istituzione Civile, qualunque essa sia, possa dar vita a una ricorrenza religiosa. I documenti dicono infatti che l’Ottavario esisteva già molti secoli fa e non solo a Ruvo. Ne parla, per esempio, un manoscritto di Acquaviva delle Fonti del 1636. Anche fuori della nostra Regione sono molte le testimonianze della festa. In un documento siracusano si descrive un predicatore dicendo che “annunzia la divina parola, soprattutto durante l’Ottavario”. Ne parla addirittura Émile Zola ne “I misteri di Marsiglia”. Ma le celebrazioni che più assomigliavano alle nostre erano quelle di Napoli. Non a caso la processione che si svolgeva per l’occasione era anche detta “degli Altari”. Come a Ruvo, infatti, venivano posizionati 4 altari nei punti strategici della città, presso ognuno dei quali la processione si fermava per la benedizione.

Pare invece che la famosa (ormai) leggenda sia nata nel 1939, lo stesso anno in cui l’artista Mario Prayer, di cui ha parlato diffusamente l’esperto Carmelo Cipriani, l’ha dipinta in due lunette proprio all’interno della Chiesa che ha ospitato il convegno, insieme a molte altre tempere. La prima, quella relativa al cosiddetto “miracolo del Corpus Domini” sembra ambientata nel ‘300-‘400, mentre la seconda, che illustra il conte nell’atto di mantenere l’ombrello si collocherebbe nell’’800, forse a rimarcare la promessa mantenuta nel corso dei secoli. Il pittore, che lavorava con la mano sinistra essendo privo della destra (come ricorda don Vincenzo Pellicani, all’epoca giovanissimo chierichetto), le realizzò tutte nello stesso anno, preparandosi così alla sua opera più significativa, ovvero i dipinti nella Basilica di S. Maria della Cultura a Parabita (LE). Si tratta dell’autore anche della meravigliosa volta dell’Aula Magna dell’Università di Bari, molto proficuo in tutta la regione, ma non solo, e scomparso nel 1959 all’età di 72 anni.

San Giacomo è un vero e proprio scrigno, che contiene svariati esempi della produzione tematica e iconografica dell’artista. Sulla controfacciata spicca un’Ultima Cena, dichiaratamente ispirata a quella che Leonardo dipinse nel refettorio del convento domenicano di Santa Maria delle Grazie a Milano, in cui si riconosce il suo stile neorinascimentale. Esempio, invece, di pittura neomedioevale è il Cristo rappresentato nel catino absidale, alla cui destra si riconosce proprio la Cattedrale di Ruvo di Puglia nella sua struttura prima dell’ampliamento della facciata avvenuto nel ‘700. Era infatti tipico di Prayer introdurre nelle opere elementi presenti nei luoghi in cui esse si collocavano.

Anche il soffitto e gli archi presentano immagini di Santi e simboli delle virtù teologali. Insomma, il nostro paese si scopre sempre più ricco di opere d’arte, la maggior parte delle volte non note ai più. Ben vengano quindi iniziative, come questa organizzata dalla ProLoco, che le fanno conoscere alla cittadinanza, la quale, a giudicare dall’affluenza, sembra apprezzare non poco.

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