«Sulla sicurezza stradale non servono leggi speciali. Applichiamo quelle che già ci sono»
Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’intervento delle Autoscuole Riunite di Ruvo sul tema della sicurezza stradale.
Puntate all’infinito, in cui circolano i migliori sentimenti dell’animo umano, si registrano slanci di solidarietà verso tutto e tutti, si decide con il cuore in mano, si prova ribrezzo per il disonesto di turno, ci si sente coinvolti a tal punto da emettere giudizi e sentenze, poi….fine dell’ennesimo episodio e tutti con un’ansia in corpo ad aspettare la puntata successiva, magari ipotizzando i possibili scenari.
E di concreto? Ah, dimenticavo, proprio nulla, altrimenti che tele-novella sarebbe! Che significa questa premessa con un argomento così scottante qual è la sicurezza dei cittadini? Invece è sostenuta dalla stessa accattivante, ma stupida impalcatura. Riusciamo a ricordare da quanto tempo se ne parla? Chissà a quale migliaia di puntata siamo arrivati! E non siamo certamente alla fine. Noi non abbiamo la pretesa né di immaginare, né tanto meno di realizzare la fine della storia, consapevoli come siamo della serietà della situazione. Però, un minimo di concretezza deve affiorare e non solo nel proporre soluzioni, ma, principalmente, nell’applicazione delle stesse e nella verifica dei precorsi effettuati.
Ma andiamo con ordine. La storia deve fare colpo sui lettori e sugli ascoltatori, ed, allora, forza con i titoloni: “Stragi sulle strade”, “Bollettino di guerra per i morti sulla strade”, “Si guida innaffiati di alcool e succubi di droghe”, “Chiudiamo le discoteche ad un orario decente” e così via. E tutti a parlarne, tutti a commentare, tutti ad invocare interventi seri, preventivi o punitivi che siano. Sembra che bisogna addirittura scrivere delle leggi ad hoc.
Come mai? Ma davvero non ci sono leggi in proposito? Amara conclusione: le leggi ci sono, ma se non se ne avvertono le conseguenze, è come se non ci fossero.
Scusateci se siamo noi i miopi a non vedere i risultati attesi, a meno che bisogna entusiasmarsi per quelle benedette statistiche che, confrontando periodi simili nel tempo, ci tirano su l’anima assicurandoci che nell’ultimo weekend, ci sono stati meno morti sulle strade rispetto a quello precedente. Bella soddisfazione! Magari sarà stato un caso!
Bisogna tendere a non dover registrare né morti, né feriti. E come fare? Puntare tutto sul responsabile del fatto, cioè sul cittadino, in qualsiasi veste utilizzi la strada: pedone, ciclista, motociclista, automobilista, ecc.
Risulta importante partire da una situazione iniziale ben chiara e definita. Vediamo qualche esempio:
– Sono regolari le modalità con cui si consegue una patente?
– Esiste una statistica che divida i patentati in autodidatti e allievi di scuole guide?
– Quante patenti estere o patenti militari riconvertite permettono di circolare?
– Si può ipotizzare una periodo di esperienza di guida prima di accedere in autostrada?
– I vecchi patentati conoscono le nuove norme del Codice della Strada e chi si fa carico del problema?
– Il pedone sa utilizzare correttamente la strada e, se no, chi glielo fa notare?
Potremmo continuare all’infinito. Siamo dei disfattisti? No di certo, ma siamo realisti e, per questo, miriamo a dire pane al pane e vino al vino.
Il cittadino ha diritto ad avere tutti quei supporti che garantiscano la sua incolumità: adeguata illuminazione, strade non dissestate, segnaletiche chiare e visibili, assistenza da parte di personale qualificato e, quanto altro possa essere necessario alla sicurezza.
Le istituzioni, dalla loro parte, devono vigilare affinché il fruitore della strada, proprio per la propria ed altrui sicurezza, si attenga scrupolosamente alla normativa.
Anche qua, le statistiche ci presentano una situazione irreale. La sanzione più penalizzata è il “Divieto di Sosta”. Altre infrazioni ? Quasi inesistenti. Sembra che i nostri automobilisti siano molto ligi nel rispetto di tutte le regole, ad accezione di quando devono parcheggiare.
È evidente che questo facilita molto il lavoro degli agenti preposti ai controlli. Non sono costretti ad interloquire con la gente per rilevare ciò che non va. Non ha importanza, se nel frattempo che si trascrive una targa, è passato uno senza fermarsi allo Stop o un altro che parla al telefonino mentre guida o ancora un altro che svolta senza attivare l’indicatore di direzione o un pedone che non utilizza il passaggio pedonale e così via.
Non ne parliamo dei centauri della strada che usano i percorsi urbani come piste, noncuranti della presenza di bambini, di anziani, di famiglie che, nei nostri paesi, passeggiano in zone “a traffico limitato” per trascorrere un sano relax.
E, allora, ecco che bisogna inasprire la pena e si ricorre alla patente a punti. Ma funziona? Chissà, certo è che L’Espresso denuncia: “Il bluff della patente a punti”. Da alcune indagini risulta che ben 4342 comuni non hanno mai fatto pervenire alcun tipo di segnalazione al Ministero per le sanzioni previste. Sembra che la polizia municipale di Vibo stacchi verbali per 330 mila euro ogni anno, ma in nessuno caso c’è un riferimento alla patente del trasgressore.
Che fare? Si deve intervenire con determinazione e con coerenza di intenti.
È il caso di applicare la ricetta delle tre “C”: C come Collaborazione tra tutte le forze dell’ordine; C come Controlli su tutte le strade; C come Certezza della pena, leggera o pesante che sia.
Diversamente, come già succede, la legge non fa paura.
Egregi Signori, non inventate nuove normative, applicate quelle che già ci sono. Solo così si potrà avviare un cambio culturale nelle coscienze dell’uomo e il cittadino riacquisterà la fiducia nelle istituzioni.
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