Il signor Sergio e i suoi cent’anni… di storia

Elena Albanese

Comincia oggi il racconto a puntate della lunga vita dell’ultimo “lattoniere” ruvese, che ci ha raccontato i suoi cent’anni insieme a quelli del nostro paese.

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Molti lo definirebbero un “arzillo vecchietto”, ma Salvatore Sergio è molto di più. Classe 1907, si dice in questi casi; vuol dire che lui ha attraversato un secolo di vita. 100 anni. Ed è ancora in grado di raccontarli con divertita lucidità come se li rivivesse negli occhi ancora pieni di consapevolezza. Narra le sue vicende che, come nella tradizione del romanzo storico, si intrecciano a quelle di Ruvo e del mondo, delle guerre e della ricerca tecnologica, tra la saggezza antica e lo stupore di un bambino per quanto prima non esisteva e oggi, magicamente, c’è. Allo stesso tempo parla di quei mestieri, come il suo, che nel frattempo sono scomparsi, a causa di un tenore di vita che ci spinge a buttare e ricomprare piuttosto che aggiustare. Lo fa con ironia e considerazioni sempre appropriate: critica e loda quando lo ritiene giusto. Per il resto è un flusso di parole e di ricordi…

Ma partiamo dal principio…
Nato e vissuto a Ruvo, il signor Sergio è un artigiano d’altri tempi, di quelli dotati della manualità tipica degli artisti, nonché l’ultimo rappresentante cittadino di un lavoro che, ormai, non esiste più: lo stagnino, o meglio, come puntualizza egli stesso, il lattoniere. Attività che ha cominciato a svolgere all’età di 10 anni. Dato il suo precoce ingresso nel mondo del lavoro, mi viene spontaneo chiedergli se è andato a scuola e per quanto tempo. Esordisce con un significativo e lapidario «Er nu cap d ciucc», poi spiega: «Ho fatto per 2 anni la prima e per altri 2 la seconda elementare e lì mi sono fermato. Di solito, anziché assistere alle lezioni in classe mi mettevo il quaderno nei calzoni e andavo in campagna oppure au pandon. Prima, quando pioveva, giù a San Domenico l’acqua stagnava e si formava un lago dove ci divertivamo a giocare anziché frequentare la scuola». «Er cap d chiumm -ribadisce laconicamente- non volevo studiare, non ho studiato per niente e ora mi trovo “malamente”. Però sono l’unico della famiglia, perché tutti gli altri figli sono diventati chi professore, chi maestra…addirittura 2 sorelle hanno fatto le insegnanti!».

Una famiglia numerosissima, come era normale decenni fa, quando si viveva in condizioni economiche disagiate, in case piccole e spesso con un solo stipendio, quasi impossibile da concepire oggi in cui si hanno tutti gli agi tranne, forse, il tempo.

«Mio padre, Sergio Vincenzo, ebbe 13 figli, di cui 2 sono della prima moglie, che morì, e gli altri 11 della seconda, dei quali viviamo io e mia sorella, che sta a Roma e faceva la maestra elementare. Adesso ha 90 anni, è malata e pensionata come me…e non c’è altro da fare», aggiunge con una nota triste nella voce, una delle poche che si lascia sfuggire durante la lunga chiacchierata.

Poi torna con la memoria agli anni che furono e continua a raccontare, orgoglioso dei suoi fratelli che ce l’hanno fatta e si sono creati una posizione e con un po’ di rammarico, neanche tanto però, per quel pezzo di carta che non ha avuto voglia e modo di prendere: «Dei 13 figli anche la grande, Giuseppina, è stata maestra. Anche dopo l’arrivo di Mussolini, quando per lavorare ci volevano le patenti, dovevi fare i concorsi…ei sein e naun mangh u puast…, mentre la seconda è Iolanda, Ida, del 1918, ca mo pigghi angor la pension. Abbiamo fatto anche due sorelle suore, due, non una! In famiglia siamo cattolici, andavamo tutti alla Messa la mattina… Altri due sono andati chi a Roma, chi a Milano, chi ha fatto l’infermiera…tengo pure una nipote a cui nel 1942 morì la madre (mia sorella), di una malattia velenosa, lasciando questa bambina di 4 mesi che abbiamo cresciuto noi. In particolar modo mia madre l’ha educata, l’ha istruita, l’ha mandata a scuola e ha fatto in modo che avesse una professione. Poi, diventata adulta, la ragazza fece domanda in convento e se ne scei dà. È stata 40 anni in Abissinia (l’attuale Etiopia, nda), prende una bella pensione, anche se pigghin tutt le suore, nan è ca avim nudd niu!!!».

Una nipote lontana, che però a volte torna a trovarlo, come conferma lui stesso: «Ca mo’ vnei due anni fa e stette a Ruvo», oppure si fa sentire: «e l’alta dei m’è telefonot», dandogli molta gioia e provocandogli, ancora adesso, un senso di stupore: «la meraviglia più grande per me è questo telefono qua…che cosa esiste qui dentro: adesso, distante da qua in America e dopp l’America, mia nipote mi ha telefonato da lì cu’ ‘nu sciquaridd quand a cuss», e così dicendo prende in mano il lettore mp3 col quale sto registrando l’intervista, lo tocca e lo rigira fra le mani, come se davvero non potesse crederci: «Come si fa, che io da qua 2 parole non a Roma o a Milano, ma in America, in Australia…la cosa più difficile che posso trovare è questa qua!».

Continua…

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