Dall’Associazione Sehaliah un libro di poesie di Imma Ferrante per aiutare i bambini etiopi

redazione

La poesia come “creazione ritmica di bellezza”.

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Nell’ambito delle iniziative benefiche dell’Associazione Sehaliah, particolare risalto va dato al lavoro di Imma Ferrante che con il testo di poesie “Je t’aime” offre spunti per riflettere poeticamente sull’amore che fluiscono nel mare della solidarietà. Il ricavato della vendita del libricino, che può acquistarsi presso la Maison de Colette in Via Cattedrale 53, verrà devoluto al Villaggio dei Bambini di Adwa, in Etiopia. Qui di seguito ospitiamo la presentazione del testo della Ferrante del presidente dell’Associazione, Salvatore Bernocco (nela foto).
 

Edgar Allan Poe, il famoso scrittore statunitense vissuto nel XIX secolo, sosteneva che la poesia è “creazione ritmica di bellezza”. La poesia è bellezza svelata attraverso i ritmi, le armonie, quasi il canto di una serie di parole significanti eppure mai concettuose. Se la poesia fosse concetto o idea, sarebbe altro, aforisma sociologico, frammento filosofico, non di certo poesia. Il senso di quelle parole, svelato dai concetti, sfrondato quindi dell’impalbabile, dell’indicibile, del sublime, sarebbe pieno, esauriente, quindi non poesia, piuttosto un hortus conclusus inviolabile, che non tollera finanche le leggiadre ed oniriche incursioni del lettore, ridotto a semplice recettore delle folgorazioni altrui.
A pensarci bene, quando cantiamo una canzone, ci mettiamo sempre qualcosa di nostro: un tono sopra o sotto, una stonatura o addirittura altre parole, sostituendo quelle del testo. Tutto ciò ci rende originali, e tale originalità ci rende coautori. La poesia compie questo: qualcuno, il poeta, scrive lo spartito, rende fruibile il bello, lo sminuzza, cattura nel cielo circostante sensazioni, sguardi, emozioni, e li mette sulla bianca carta; qualcun altro, il lettore, legge lo spartito, si lascia trasportare dalle note, adatta quei versi alla sua condizione, ne trae motivo per sorgere a nuove altezze o per risorgere da qualche morte quotidiana. Ciò mi induce ad utilizzare un parallelismo – che oso convertire in uno splendido paradosso, o meglio in una confacente sintesi – fra Mallarmé e Claudel, poiché se il primo scriveva che “la poesia si fa con le parole e non con le idee”, il secondo chiosava asserendo che essa non è fatta di lettere, “ma del bianco che resta sulla carta”. Le parole sono necessarie, quindi, ma affinché si manifesti quel “bianco” in cui si situa tutto il senso ultimo della poesia, quella prateria, quel paesaggio sconfinato, quell’orizzonte dinanzi al quale si porrà il lettore, colmandolo senza mai riempirlo del tutto, immergendovisi senza mai giungere a toccarne il fondo. Su tutto aleggia il mistero della vita, questo miracolo permanente che si svolge dentro e fuori di noi e di cui spesso non siamo molto consapevoli. Spettatori distratti, perdiamo l’occasione di convertire quel mistero in eternità.
Il talento del bianco è presente in Imma Ferrante, l’autrice delle poesie, alla quale mi unisce una sincera e fraterna amicizia che, tuttavia, non mi fa velo e non mi rende cieco o ipocrita. Da amico le avrei consigliato di soprassedere, o mi sarei sottratto in qualche maniera alla sua richiesta di presentare la raccolta “Je t’aime”, se avessi considerato inutili o superflui i suoi versi, quasi una leziosa esercitazione letteraria.
Invece li ho trovati di grande intensità poetica; essi si incuneano in modo soffice fra spirito e cuore, alludono senza mai svelare, accennano senza mai eccedere, eppure significano tutti. È una caratteristica di Imma, la morbidezza, una morbidezza spesso eterea, non di questo mondo, accompagnata o rivelata da un sorriso tenue ed accogliente. I suoi versi le appartengono, sono suoi, e suo il pudore di donna che ama pudicamente l’amore, anche quando si rivela nel turbamento per lo sguardo di un altro (A Michele), per poi subito dopo virare verso l’amore di sempre, duraturo, i cui occhi sono gli unici benedetti (Mon amour). È un amore che non conosce scorciatoie, che sta nel profilo dei monti e nelle profondità di una ferita, che non si prostituisce (Je t’aime), che rifugge dalle interpretazioni fuorvianti ed amare (Poesia). È un amore che genera luce e vita passando attraverso il tunnel del dolore (Luce), e che in qualche misura rinvia all’Eden, là dove chi fu amato in terra gode dell’Amore eterno, “luogo di tregua e di canto/effluvi di innocenza/sparsi per ogni dove/da angeli inneggianti” (Il Paradiso). Magra consolazione per chi resta? Mera illusione data in pasto ai semplici e agli sprovveduti? No, piuttosto nostalgia di infinito a cui far ritorno, forse per ritrovare chi ci faceva “riparo alle percosse di questo mondo/assai curioso“ (Storia di una lacrima).
Le pagine di Imma Ferrante sfaccettano l’amore senza pregiudicarne l’unità di fondo, perché l’amore è uno, è essenzialmente calore, desiderio di unità, di completezza, di fusione, di stare al mondo come chi è vivo dentro, di luce, di eternità, di Dio. Anche gli amori più profani hanno in sé questi aneliti, che esprimono in modo alterato, volgare o suicida.
Fra una poesia e l’altra di Imma c’è quello spazio bianco che il lettore vorrà riempire di note, strofe o voli altri e suoi, sempre però, in omaggio all’Autrice, attinenti all’amore e alle sue inesistenti o incolmabili misure, le uniche per cui vale la pena, rectius la gioia, di vivere.

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