Acqua bene comune. Il 12 e 13 Giugno dì di Sì

Rabbrividisco al pensiero che in un sondaggio tra i temi referendari e l’ultimo vincitore del “grande fratello” questi potesse avere la meglio in termini di notorietà
Mancano solo 30 giorni alla consultazione referendaria del 12 e 13 giugno in materia di acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento e sconcerta constatare che molta gente non sa nulla di tale evento. Rabbrividisco al pensiero che in un sondaggio tra i temi referendari e l’ultimo vincitore del “grande fratello” questi potesse avere la meglio in termini di notorietà.
Certo, i nostri politici stanno giocando bene le loro carte. A loro esclusivo vantaggio. Ovviamente. Non a vantaggio dei cittadini.
Nessuna informazione se non ridotta al lumicino, consultazioni in due giornate estive e, per giunta, al di fuori delle consultazioni amministrative. Tutte strategie messe in atto a detrimento di quella sovranità popolare che è legittima solo quando concorda con gli interessi di chi detiene il potere. Una sovranità a mezzo servizio, part-time. Un po’ precaria, giusto per usare una locuzione oggi preponderante.
Orbene, per bilanciare un po’ la partita proveremo, sino al prossimo 10 giugno a spendere due righe per stuzzicare la curiosità dei meno pigri. Mi limiterò a parlarvi della sola questione relativa all’acqua in virtù della veste di referente del Comitato Referendario Ruvese 2SI’ per l’acqua bene comune benché a titolo personale voterò SI’ a tutti e 4 i quesiti referendari.
Lo scorso novembre 2009 l’attuale Governo, con il cosiddetto decreto Ronchi, ha messo la parola fine ad un lungo processo iniziato già negli anni 90 stabilendo che la gestione del Servizio Idrico Integrato debba essere affidato e gestito da Società per Azioni a capitale privato o misto (pubblico-privato) estromettendone completamente le gestioni pubbliche. Un percorso legislativo che negli ultimi due decenni ha visto diverse compagini governative avvicendarsi. Diverse nei colori ma più o meno concordi nel sostenere che il privato è più efficiente del pubblico. E per certi versi non possiamo che concordare se non prima di aver chiarito cosa intendiamo per efficienza vista l’ambivalenza di questo termine. Difatti il concetto di efficienza non è neutro.
Se a perseguirla è l’ente pubblico, essa si concretizzerà nel pareggio tra costi e ricavi. Nel caso del privato significherà massimizzare l’utile aziendale. E come si massimizza l’utile? Con l’aumento delle tariffe, con il taglio degli investimenti, con la riduzione dell’occupazione, con la compromissione del servizio e della qualità. Di certo non è questa l’accezione di efficienza cui anela il cittadino che ha il diritto e non il bisogno di accedere all’acqua.
Una differenza abissale tra bisogno e diritto che la gestione privatistica ha avvicinato all’inverosimile sino a cancellarla. Per garantire un diritto a chi non ha la possibilità economica di provvedere da sé (sanità, istruzione, sicurezza) interviene la collettività secondo un principio di sussidiarietà. Lo Stato si fa carico, attraverso la fiscalità generale, di garantire il diritto a chi non può soddisfarlo. Non soggiacciono allo stesso principio i bisogni (bisogno di vestirsi, viaggiare, …). Una gestione privatistica è legittimata a “tagliare” l’acqua all’anziano, al disabile, al disoccupato che non può pagare perché la logica è quella di vendere un servizio a chi può permetterselo. Altrimenti sarebbe un ente caritatevole.
Se dovessi riportare in questa sede gli esempi concreti di quanto innanzi affermato dovrei monopolizzare questo sito per un mese. E non è mia intenzione approfittare ed abusare della disponibilità e pazienza altrui. La rete, tuttavia, è ricca di esempi, notizie ed episodi eclatanti che fanno gridare allo scandalo.
Quindici anni di privatizzazione hanno ridimensionato il mito dell’efficienza privatistica. Da Arezzo a Latina, da Firenze ad Agrigento e perché no, in uno sguardo più mondiale, soffermarsi su Parigi che dopo 25 anni di gestione privata ha deciso di tornare alla gestione pubblica o su Cochabamba, in Bolivia, che nell’aprile del 2000 ha dato vita alla vicenda conosciuta come “Guerra dell’Acqua di Cochabamba”, dove 600 mila persone sono scese in piazza per costringere il Governo ad abolire la legge che aveva privatizzato l’acqua, anche quella piovana.
Ecco, dunque, se vi capiterà di imbattervi in un gruppo di volenterosi che si stanno prodigando per diffondere informazione non si tratta di sovversivi che non hanno nulla di meglio da fare, bensì si tratta di uomini e donne, giovani ed adulti che da un anno a questa parte hanno messo da parte i loro impegni ed i loro interessi, dimenticandosi persino del compleanno del loro migliore amico, per spendersi in una lotta democratica e pacifica la cui vittoria sarà senz’altro a beneficio della collettività tutta e delle generazioni a venire.
A costoro non fate mancare il vostro incoraggiamento ed il vostro ssotegno. Non lasciamoci irretire dai luoghi comuni. Non c’è spazio per l’apatia e la pigrizia. Il prossimo 12 e 13 giugno votiamo SI’ per dire che vogliamo cancellare una legge che non rispetta i diritti dell’essere umano, una legge che trasforma un bene essenziale per la vita in merce, una legge che espropria i cittadini di un diritto inalienabile.
Vito Lamonarca
Comitato Referendario Ruvese 2SI’ per l’Acqua Bene Comune
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