Il Presepe più bello, la sfida incredibile tra tre capolavori. Più uno…

Tre grandi presepi che senz’altro vanno visti, per decidere qual è il più bello dell’anno. E anche per superare la convinzione che i presepi siano un po’ tutti uguali, la stessa minestra riscaldata ogni anno. Perché non è così. Non sempre.
Non sono precisamente un amante del genere. Ed oggi ho capito perché. Troppo stucchevole. Troppo prevedibile. Troppo dejà vu. Conosciamo a memoria storia e personaggi, e le uniche varianti di solito sono il numero di pecorelle, di personaggi minori perfettamente in tema (il fabbro, il pastore, il mugnaio…) ma del tutto o quasi ininfluenti sulla storia, se non come pubblico e testimoni; magari la presenza o meno di un ruscelletto o un mulino ad acqua.
Insomma, dal punto di vista creativo, il presepe domestico è di norma un concentrato di banalità, rese preziose solo dalla sacralità della tradizione, dalla passione di chi lo fa e dall’orgoglio, dall’occhio luccicante con cui anche l’autore del presepe più scarso mostra la sua creazione.
In fondo, è questo il vero segreto del presepe. La possibilità data a chiunque (a chiunque!) di “mettere le mani” nella storia sacra. Nella stessa vicenda e nella vita si Gesù. Di raccontarla a modo suo, foss’anche per qualche minimo dettaglio secondario.
Se il Vangelo racconta con parole semplici la storia grandiosa di una Donna diventata madre di Dio (ovvero, come dice Dante, madre del suo Creatore) il presepe racconta alla vera maniera degli umili, cioè dei più vicini allo spirito evangelico, il privilegio della creatura popolare di farsi per qualche momento co-autore della storia per antonomasia. Quella del “suo” riscatto. Del “suo” riconoscimento come Figlio di quel Figlio. Di essere in qualche modo creatore di se stesso.
La sua parità ontologica, la sua equivalenza agli occhi di Dio rispetto a qualunque altro essere umano, a qualunque creatura di qualunque rango. L’intrinseca, potente democraticità del Vangelo. I Re che rendono omaggio al figlio del falegname. Le regge che s’inchinano a una grotta.
La favola bella che i Cristiani si raccontano da duemila anni, mentre il mondo va in tutt’altra direzione e la stessa Chiesa non è certo stata (e non è) esente da colpe. Così come innegabilmente è (ed è stata) anche piena di energie positive, che hanno segnato profondamente la Storia col proprio messaggio di uguaglianza e di pace, persino quando è stata la Chiesa stessa a tradire quel messaggio. Fatta da uomini, può sbagliare. Ma per lo stesso motivo può riformarsi e anche rifondarsi, se il messaggio è giusto. E lo è.
Insomma, per finirla con l’introduzione, non sono un frequentatore di presepi. Però quest’anno mi sono fatto un po’ irretire da alcune descrizioni captate qua e là; anche per essere venuto del tutto casualmente e improvvisamente a contatto con uno dei presepi di cui si tratta.
Morale: ho trovato tre presepi del tutto inaspettati, e che per un motivo o per l’altro non rispondono affatto al normale cliché di cui ho parlato. Per nulla banali. Tre presepi davvero straordinari. Fuori dal comune.
Tre grandi presepi che senz’altro vanno visti, per decidere qual è il più bello dell’anno. E anche per superare la convinzione che i presepi siano un po’ tutti uguali, la stessa minestra riscaldata ogni anno. Perché non è così. Non sempre. Forse mai.
Tre capolavori spettacolari che hanno richiesto ciascuno migliaia di ore di lavoro equivalenti e tanta, tantissima passione.
E poi un quarto presepe, un “presepe non detto”, uno come si dice fuori concorso, che se possibile colpisce ancora di più. Ma di questo, a dopo…Occhiolino
Li descrivo brevemente in ordine di tempo, così come li ho visti. Ovviamente nessuna descrizione vale l’esperienza di vederli. Amanti o meno che ne siate, non lasciateveli sfuggire.
Il primo è quello del Commendator Vincenzo Scardigno. No, non è uno sponsor. La fa proprio lui. Personalmente. Da dieci anni. Pezzo per pezzo. Lo ospita in casa, in via Nino Rota, zona campo sportivo; e ci tiene così tanto da lasciare casa sua aperta al pubblico fino all’Epifania.
E anche questo, a ben vedere, è un miracolo. Passiamo il tempo a sprangare le porte sulle nostre povere cose. Poi arriva il presepe, e tutto si apre.
La sua villetta è circondata da uno scrosciare d’acque. Qui non ci si è limitati al piccolo mulino d’acqua vicino alle pecorelle: l’acqua è per così dire uscita dal presepe e ha invaso la casa, con tutta la sua potenza simbolica e (chissà) salvifica. Il contenuto si è preso il contenitore.
Al presepe vero e proprio si accede attraversando una stanza e poi un cunicolo addobbato con una esperienza che fa molto effetto 3d: sembra di stare entrandodentro al presepe. Che in effetti occupa tutta la stanza successiva, con prospettiva avvolgente, su tutti i lati. Certo essere un costruttore edile aiuta parecchio, quanto alla disponibilità di spazi e di mezzi.
Bellissimo il tocco multimediale, il firmamento illuminato di stelle, l’andare della luna e del giorno, il laghetto dei pescatori…
Il Commendatore si presta volentieri, racconta, spiega, individua, aggiunge pezzi di vita, flashes da un passato remoto che non c’è più. Come le lavandaie che attendevano ai piloni i contadini di ritorno dai quindici giorni a”star fuori” in campagna. Lavavano i loro panni in cambio di prodotti da loro portati. Un pezzo di vita ruvese fedelmente riportato in un presepe che non è solo citazione ma anche rappresentazione e autorappresentazione, personale, familiare e cittadina.
Ma alla fine del racconto lo sguardo del quasi ottantenne tycoon, uno dei più potenti e discussi protagonisti dell’agone cittadino da decenni – mentre regala un dolcetto ai bambini – lo sguardo, ancor più delle parole, ha una sola domanda, la stessa resa immortale dal grande Eduardo: “ti è piaciuto il presepe”?
Il secondo presepe, non meno esteso, non meno impegnativo, non meno imponente, ci aspetta in Cattedrale. Anche lui al suo posto consueto. L’artigiano che ha costruito i pezzi si chiama Salvatore Di Domenico. Un vero artista, la mano indispensabile per realizzare il concept di qualcuno, custode della tradizione o visionario che sia. Qualcuno chi?
Perché la domanda di fronte a questa meraviglia è proprio: chi ha avuto l’idea? L’idea di un presepe aperto all’attualità. Tradizionale quanto basta ma pieno dell’idea tutta evangelica della fraternità, applicata ai veri ultimi del nostro tempo, i diseredati che hanno perso anche la patria. Perché questo presepe è dedicato a Lampedusa, alla strage che ci ha scossi tutti, con l’acqua e la barca (altro potente simbolo) e i naufraghi in cerca di scampo. Disperatamente. Inutilmente, quasi sempre, in quel giorno orribile. In questa notte tra i flutti che non passa.
Un’audacia davvero inusitata, in questo presepe che letteralmente si fa carne. Storia. Crocifissione e diluvio. E che dire poi del magnifico altare, del ciborio allestito con un inquietante Bambino solo in un angolo, all’altro angolo un uomo senza volto, un migrante, un senza-patria appena arenatosi sulla spiaggia delle grandi parole (Bellezza, Lavoro, Condivisione…) che spesso rimangono tali. E su tutto la citazione da “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint Exupery:L’essenziale è invisibile agli occhi.
Un presepe geniale. Che fa rivivere e rinvigorire una tradizione che ha bisogno di rinascere. E un presepe coraggioso. Chissà che da oggi in poi non diventi la norma, saper coniugare una lunga tradizione con una devastante realtà. Saper lanciare dei messaggi che non si fermino al passato né si limitino al futuro, al generico dover-essere, ma incidano sulla carne viva della Storia. Ci provino, almeno. Dalla rievocazione all’invocazione.
Il terzo presepe lo troviamo a Palazzo Caputi, finalmente riaperto al pubblico dopo un’intollerabilmente lunga clausura.
Progetto di Luciano Di Gioia. Realizzazione? Il solito Salvatore Di Domenico. Mani indispensabili per dar corpo alle idee.
Anche qui c’è gente, tanta, sempre di più. Come in Cattedrale. Lì però si scorreva agevolmente col solito schema, scendere da un lato, salire dall’altro. Qui si procede a gruppi. Perciò tocca aspettare 10 minuti, e altrettanti per vedere il presepe. Sì, perché il lavoro viene illustrato dai ragazzi del Ciofs, arricchito di musica e di una vera e propria narrazione multimediale. “I punti essenziali”, dice il ragazzo. Ha ragione. Il sacro, il mistero (la Donna scelta da Dio), e naturalmente la favola bella, l’anima stessa del Cristianesimo: la vittoria finale degli umili, premiati e salvati.
L’atmosfera è così seriosa, quasi religiosa, che non ce la sentiamo di indugiare più del minimo indispensabile con le foto. Un motivo in più per vederlo dal vivo. Occhiolino
Il presepe è ispirato al più rigoroso filologismo napoletano settecentesco, ma arricchito da una multimedialità visiva, sonora e dialogica che lo rendono attuale e fanno la differenza. Sembra l’uovo di Colombo: ma diamo appunto così per scontato che sappiamo già tutto, che l’idea di “spiegare” il presepe (cioè di far sì che il presepe si auto-racconti) non era ancora venuta a nessuno. Chapeau.
Conclusione
Tre pezzi d’opera. Che meritano un ex aequo e ciascuno un virtuale premio speciale. Tre grandi sinfonie tra le quali non è possibile scegliere più di quanto lo sia scegliere tra Beethoven, Mozart o Wagner. Ognuno ha un suo specifico irrinunciabile, che lo rende unico.
Certo, inutile negare che per chi scrive, e per il giornale che ho l’onore di dirigere,l’audacia solidale, lo sforzo di aprirsi al mondo, l’indicare soluzioni anche dove la situazione sembra senza speranza – questi temi hanno per noi un rilievo particolare.
Perché in questo grande presepe chiamato Terra siamo tutti tra i flutti in tempesta, tutti in cerca di salvezza, tutti verso un approdo che nessuno ha ancora mai trovato e che pure, in qualche modo, per fede, per filosofia, per ostinazione vitale,sappiamo che c’è. Siamo noi, quei naufraghi nella tempesta millenaria. Quelli che tendono le mani, che pregano, che chiamano col satellitare una Nave che ancora non parte.
Siamo noi quel naufrago senza volto spiaggiato dalla parte sbagliata del paradiso.
Ma, tolte le sensibilità personali, rimangono tre presepi equamente spettacolari, da non perdere, e che possono arricchire la nostra esperienza di vita.
E che non sfigurano neanche di fronte al presepe non detto che scopro quando, girandomi con le spalle al ciborio, per un attimo nella prospettiva del prete, mi trovo coinvolto nella sconvolgente “visione” di un portale spalancato (d’altra parte, è la sera di Natale: se non ora, quando?), che come l’apertura di una grotta all’incontrario scopre una piazza insolitamente luminosa, quasi a giorno, alle 20 di sera.
E in quella “grotta” all’aperto si vede sfilare in pochi attimi la più varia umanità.Personaggi di ogni calibro e spessore. Passanti, si direbbe. O personaggi secondari, e perciò principali; pastori diventati impiegati, contadini fatti manager o disoccupati, turisti precari, semplici figuranti in cerca di tregua dal megapasto natalizio, madri eternamente e senza tempo al braccio dei figli – messi (che vuol dire mandati) lì da una Mano che disegna ogni anno, ogni giorno, ogni istante, un Presepe – il vero presepe vivente – che non abbiamo ancora capito. Ma che pure si comincia a vedere. E di cui tutti facciamo parte, nell’eterna vigilia delle vite in attesa di senso.
*http://cittalibera.it/citta/ruvo-di-puglia
Commenti
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Accennavo, citando Tentori, al bisogno iconografico delle masse. Per incassare consensi, un presepe dev’essere scenografico, effettistico; deve maravigliare, emozionare, magari attingendo all’attualità. ▪Sgarbeggiare e volteggiare per gabellare un manufatto kitsch per, nientemeno che, opera d’arte? Credo che sarebbe corretto curare la miopia delle masse, piuttosto che acuirla blandendole. Salvese el che pueda!








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