Vito Calabrese e la sua vita portata in salvo dalla curiosità verso il prossimo

Il marito della psichiatra assassinata nel settembre 2013 ha lavorato molto sul suo lutto interrogandosi sulla vita e utilizzando il metodo della dissociazione, lontano da ogni forma di sentimentalismo
Era il 4 settembre 2013. La psichiatra Paola Labriola veniva assassinata da un suo paziente del centro di salute mentale. Mai chiari i motivi dell’accaduto: solo tanto stupore intorno e tante domande. E anche una foto. La foto di una giovane psicologa che stringeva in un forte e caloroso abbraccio quella donna esamine; un abbraccio così forte da far quasi invidia a chi non aveva potuto abbracciarla per l’ultima volta.
«Sono stato salvato dalla mia curiosità verso gli altri», ha affermato il marito Vito Calabrese, autore del libro “Portare la vita in salvo”. «In certi momenti si attua solo un processo di dissociazione, ci si stacca da tutto ciò che si sta vivendo. Guardando il dolore degli altri, vivendo il loro dramma, mi sono pian piano avvicinato al mio e ho compreso che non solo io avevo perso Paola. Ho ripercorso nella mia mente tutte le immagini delle persone che l’avevano persa, come amica e collega».
Capire il proprio dolore e trasformarlo. Analizzare e cercare di capirne le cause. Vito sa di essersi salvato; lo sa perché glielo hanno fatto notare in molti. E di qui inizia il suo percorso di comprensione e di studio, che lo porta a scrivere questo libro lontano da ogni forma di drammaticità e sentimentalismo perché, come egli stesso ha affermato, «l’arte è l’unico posto dove ancora si può parlare di dolore».
«Due cose mi hanno aiutato molto in questo percorso: il ricordo del genocidio degli armeni, che mi ha fatto capire come c’è bisogno di parlare di determinati argomenti e non ovviare; e poi essenziali sono stati i libri e la letteratura: la ricerca di libri di un certo valore mi è servita a ritrovare negli altri le parole che io non trovavo».
E questa letteratura gli ha posto davanti molte questioni e spunti sui quali riflettere. Uno tra tutti, l’odio per l’assassino. Chiunque è portato a trasformare in mostro chi compie determinati gesti, a dipingerlo come verme. Ma Vito no. Vito è riuscito a umanizzarlo, a capire le sue motivazioni da persona invisibile quale si sentiva. Ha portato dentro sé non un mostro, ma una persona che ha sbagliato e pagherà per questo sbaglio. La sua elaborazione del lutto è consistita in realtà in un lavoro sul lutto, realizzato grazie solo al senso della bellezza artistica dell’opera d’arte.
«Il gesto forse di cui vado più orgoglioso è stato quello di aver raccontato tutto ai miei figli immediatamente: sapevo di non poterli proteggere dalla morte della madre, come fai a proteggerli in determinati momenti? La notizia sarebbe potuta arrivare da un momento all’altro. E soprattutto i giovani sono analfabetizzati rispetto al dolore. Bisogna lavorare molto su questo aspetto», ha proseguito lo psicologo.
Parole semplici che nel loro intimo contenevano tanta emozione, ma raccontate con una tale naturalezza da non far credere che qualcuno ci sia riuscito sul serio, a riprendersi la propria vita. Ma Vito ce l’ha fatta. E le sue parole sono state rese ancora più vive dagli intermezzi musicali dei ragazzi dell’associazione Apulia’s Musicainsieme e da alcune letture a cura del teatro Comunale.
Anche la psicologa Vincenza (Vinci) Fiore, amica di Paola, è intervenuta nel dibattito. E’ intervenuta con quegli occhi rossi e lucidi di chi è emozionato e sa quanto il dolore sia servito a qualcosa, a raccontare a un’intera comunità come sopravvivere. Una comunità, secondo la psicologa, che vive in un senso di vulnerabilità, che non riesce ad apprezzare la quotidianità della vita e quella costanza di cui non siamo consci, ma che riusciamo a valorizzare solo quando l’abbiamo persa. Abbiamo bisogno di trovare un senso più ampio a quanto è successo. «La domanda più coraggiosa che l’individuo possa fare è “Perché a me?”, anche quando non si è vittime. Quando vivi il caos, tendi a separare rabbia, dolore e ogni stato d’animo. Quando tutti proviamo ad andare oltre, facciamo partire una forza dalla nostra fragilità e scopriamo nel contatto con l’altro il senso delle cose».
Il dramma, la collettività e il trauma provocato nell’intera società. Paola non è morta invano. Paola ha insegnato a tutti come “portare la vita in salvo”.
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