Project M, l’arte secondo Michele Pinto

Il regista ruvese è riuscito a dare vita a un concetto astratto, in una narrazione tragica e terrificante
Arte. Una parola di quattro lettere che al suo interno apre uno spettro meraviglioso di significati. Arte come musica, arte come cinema, arte come architettura, scultura. Arte come creatività. Arte come noi stessi.
Ma che cosa è l’arte? Perché è considerata prerogativa dell’uomo? Da questo dubbio attanagliante parte Francesco Tammacco, amico fraterno di Michele Pinto, nonché scrittore della storia, teatrante e amante profondo dell’arte. E Pinto ha voluto metterlo in scena, ha voluto dar vita a quel dubbio. Da qui nasce Project M. Dieci anni per tirare fuori lo scritto dal cassetto e, attraverso l’arte, plasmarlo e farlo diventare carne e ossa.
A presentare la serata dell’anteprima Pia Olivieri, dell’associazione europea degli insegnanti. Un’associazione che ha deciso dal primo istante di appoggiare la causa di Michele, che con coraggio ha intrapreso la strada dell’arte nonostante i suoi studi pregressi fossero di altra natura. E poi la voglia di valorizzare talenti e guardarli con occhi nuovi per far in modo che non muoiano. Perché i talenti sono come un effetto domino: uno ricade sull’altro. E Michele compie questa operazione con un linguaggio nuovo, con un format che ancora non sentiamo nostro (quello della web serie), con la tecnica del nastro ritrovato, andando a scoprire fotogrammi e ricucire tutto il sistema mettendolo in forma di narrazione e suggestione.
Ma se credete di trovare una grande storia, vi sbagliate. Project M è un insieme di immagini legate da un tema inquietante. La domanda è una: come si fa a mettere insieme tutto ciò e andare oltre l’immagine, che diventa duro impatto per lo spettatore? Questo è il valore dell’arte, di rappresentare la realtà anche se non è bella; eppure, resta sempre forte.
L’introduzione del primo cittadino che dà l’avvio alla serata ha sottolineato come si tratti di una produzione fatta per tasselli, messi successivamente uno accanto all’altro. «È un’opera incisiva, suscettibile di prospettive di analisi diversa. La Morpheus Ego è una realtà della nostra città, una città che ha la vocazione dell’arte nelle diverse dimostrazioni. Bisogna partire dalle proprie radici e dalle proprie identità: solo partendo da ciò, le opere riescono a toccare e arrivare». Secondo l’assessora Filograno invece, la narrazione c’è, anche se non in genere tradizionale. Ci sono simbolismo, citazioni cinematografiche, artistiche o di diversi contesti che vengono in mente.
Abbiamo ascoltato il regista ruvese.
Cosa hai provato a rivedere Project M insieme a tutto il tuo pubblico?
Ero ansioso di vedere come lo avrebbero vissuto. Per me è una storia autobiografica: tutti gli artisti a un certo punto della vita vengono messi nell’impossibilità di fare arte. Questo è accaduto anche a me: dopo aver finito le superiori volevo mettermi a studiare cinematografia ma non mi è stato possibile per motivi economici e ho studiato giurisprudenza. Però ho sempre coltivato questa passione e via via spero di arrivare a mete più alte. Ho visto che a partire stentano quasi gli applausi. Mentre all’inizio pensavo fosse negativo, ora penso che le persone vengano annichilite da questo lavoro al punto di non riuscire neanche ad applaudire.
Credevi all’inizio di tutto che sarebbe venuto fuori un lavoro del genere?
Questa storia è vecchia di dieci anni, ma io l’ho sempre tenuta nel cassetto e mi ero promesso di farci un cortometraggio un giorno. Mi riguardava da vicino, e alla fine ce l’ho fatta. Quindi ero sicuro del risultato, anche perché nel viaggio mi sono riuscito ad accompagnare ad altri che hanno sposato la causa e sono stati davvero tanti.
Progetti per il futuro?
Sì. Sto scrivendo un nuovo film e soprattutto spero che venga apprezzato in un sacco di festival il progetto M. Adesso sono pronto a partecipare ad ogni festival del mondo, e speriamo che lo apprezzino davvero.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!








Sanb, accertate tre violazioni per abbandono di rifiuti