La testimonianza

Così Giulio ha portato in salvo 3 donne e 4 minori dall’Ucraina

Giuseppe Di Bisceglie
Giuseppe Di Bisceglie
La sua casa a Kharkov è stata bombardata. Ha preso con sé 7 persone e le ha portate a Corato
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Una quindicina di giorni fa la vita di Giulio scorreva come ogni giorno, tra impegni di lavoro e quotidianità nella sua casa di Kharkov, la seconda città dell'Ucraina, ad appena 40 chilometri dal confine con la Russia. Non avrebbe mai immaginato che di lì a qualche ora il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, avrebbe ordinato "l'operazione speciale" in Ucraina, vale a dire la pioggia di missili che si sta abbattendo ormai dal 24 febbraio sul territorio ucraino. 

Giulio, imprenditore ruvese nell'ambito dell'arredamento, bazzica l'Ucraina e la Russia, paesi coi quali ha intense relazioni di carattere commerciale. Qui ha tanti amici, ha la sua casa, ha "l'amore della sua vita", una ragazzina figlia di una coppia di ucraini, alla quale è legato da un grande affetto. O è meglio dire aveva. Nei primi giorni di marzo una bomba russa si è abbattuta sulla sua casa, al centro di Kharkov, penetrando al quinto piano. «Io abitavo al terzo piano, la casa è distrutta. Fortuna che non è esploso, altrimenti ora non ci sarei» racconta con un sorriso misto alla rabbia. È stato quello il momento in cui ha capito che occorreva lasciare l'Ucraina, rientrare in Italia. Ma non avrebbe mai potuto tornare senza quel pezzo di cuore che aveva trovato in Ucraina. Così con lui sono venute 7 persone, tre donne e quattro bambini che oggi alloggiano a Torre San Magno, un B&B nelle campagne di Corato, messo a disposizione da Salvatore Petruzzella, suo amico storico. 

Giulio parla con una precisione didascalica, ricorda ogni momento, ne parla quasi a voler esorcizzare il ricordo di ciò che i suoi occhi hanno visto appena sotto la sua casa. «Sarei rimasto lì, mi sentivo al sicuro. Avevamo fatto le scorte, sino al giorno prima dell'attacco i ragazzi andavano all'università, uscivano, andavano ai ristoranti. Tutto si svolgeva nella norma, non avvertivamo venti di guerra». Ma come è possibile, se in Italia e nel resto dell'Europa i telegiornali avevano già alta l'attenzione sulla crisi russo – ucraina? «In Ucraina lo scenario della guerra nel Donbass era una costante già da 8 anni. Ma si sapeva molto poco, quasi che non riguardasse la civile popolazione. Pensavamo si trattasse della "solita" avvisaglia, non avevamo capito invece di quale portata sarebbe stato il conflitto» confida. 

Anni interi vissuti al confine, con amici russi ed ucraini, stringendo rapporti con famiglie per metà localizzate in Russia e per metà ferme in Ucraina. La distanza tra i due Stati è irrilevante. «Quasi non ci credevano gli abitanti di Kharkov che la Russia avrebbe attaccato. Qui in tantissimi parlano russo, è un paese filorusso; quando qualcuno diceva che i russi avrebbero attaccato, gli abitanti di Kharkov ridevano pensando fosse una battuta». Purtroppo così non è stato. 

Il limite ai prelievi

Che qualcosa però stesse andando storto Giulio l'aveva intuito. «Quando è stato posto il limite di prelievi bancari a 1000 grivnie (la moneta locale, ndr) ho immaginato che ci fosse qualche criticità. Ma non avrei immaginato nulla di tutto ciò. Pensa – continua – a poche ore dall'attacco io ero in pasticceria a comprare una torta e avevo persino invitato degli amici a casa per una cena all'italiana». Una cena che non si è mai più fatta. In poche ore l'inferno. I palazzi delle istituzioni sono diventati il bersaglio dell'attacco russo e, purtroppo, anche le civili abitazioni. «A quattrocento metri in linea d'aria da casa mia si avvertivano le bombe, si udivano le sirene, finché una bomba non è arrivata proprio sul mio palazzo, al quinto piano». Le case in Ucraina non sono crollate. Giulio, i suoi vicini di casa, i suoi amici e qualche persona che hanno potuto ospitare, si sono rifugiati nelle intercapedini, nei bunker sotterranei di cui era provvista la casa, costruita durante gli anni della guerra fredda. «Il mio amico mi diceva di andare, di tornare in Italia. Io ho temporeggiato. Ma non appena è stato possibile ho preso sua moglie, i suoi figli, e altre donne e bambini e li ho portati in Italia. In Ucraina non potevamo più restare, non avevamo più niente» racconta, quasi a volersi sfogare. «Il popolo ucraino, il popolo russo, sono popoli accoglienti, dal cuore grande. Non ci credo che possano essere in guerra» ripete quasi come un mantra. 

Il viaggio

Non è stato semplice rientrare. Grazie alla sua rete di conoscenze e a un po' di denaro accumulato nel corso degli anni, Giulio è riuscito a trovare un modo per scappare dall'Ucraina. «Ho fatto come Batman. Non avevo altro se non il denaro e l'ho speso per comprare i biglietti per il pullman che avrebbe portato donne e bambini in salvo. Sull'autobus ero l'unico uomo. In Ucraina vige la legge marziale: uomini dai 18 ai 60 anni non possono lasciare il paese. Il mio passaporto italiano ha fatto in modo che potessi tornare, anche se i militari avrebbero voluto che mi arruolassi nella legione straniera. Ho detto loro, indicando donne e bambini: "Questi chi li fa mangiare?" e mi hanno lasciato andare» racconta. 

Dal treno, pieno all'inverosimile, colmo di gente che cercava la speranza lontano da casa, Giulio ha avuto modo di scrutare gli occhi dei passeggeri ammassati. Con me c'era Ludmilla, la moglie del mio amico. Non sorrideva nel treno, diversamente dall'altra nostra amica. Non era contenta di essersi messa in salvo, con due dei suoi figli, perché in Ucraina stava lasciando suo marito e suo figlio appena ventenne, e non sa se li rivedrà mai più. L'altra amica invece ha messo in salvo le sue due figlie: il suo tutto è con lei» racconta con un pizzico di commozione Giulio. Non si sente un eroe ma un uomo tra gli uomini. «Che cosa avrei dovuto fare? Loro erano miei amici, gente benestante, gente che viveva bene, che si è fatta una posizione in Ucraina e che dalla sera alla mattina non ha più nulla. Lì capisci che il denaro non conta nulla. Per questo ho scelto di accollarmi le spese del trasporto ed ora sono in tanti a chiedermi aiuto. Ma non importa. Se posso fare qualcosa lo faccio». Alla domanda: quanti biglietti hai prenotato? Risponde: "Tanti, davvero tanti". Un solo biglietto costa 150 euro. Una fortuna. 

Oltre cinquanta ore di viaggio, dal Vov all'Italia passando per l'Ungheria con sosta forzata. Poi l'arrivo a Bari. Giulia, Ludmilla, Elisa, i quattro bambini e l'altra amica erano finalmente in salvo. Dal pomeriggio del 6 marzo sono stati accolti generosamente da Salvatore, nel suo albergo, nella serena campagna di Corato. 

La permanenza

Una psicologa, una architetta, una interior designer, e i loro figli minorenni. In pochi giorni un pigiama è diventata la loro ricchezza. L'idea di potersi coricare in un letto comodo, lontano dal fragore delle bombe e delle sirene; di poter usare un bagno, di fare una doccia, è una riconquista di dignità. Ludmilla preferisce non parlare. Elisa, architetto professionista, sul computer ha geolocalizzato i luoghi della sua città presi dai russi, mappato le vie delle incursioni e disegnato la mappa per la via di fuga. Ci tiene a mostrarla, parlando in russo, affinché si possa capire la dimensione del conflitto, la gravità di quanto accade in casa loro. Giulio osserva quei bambini che ha portato con sé. «Da lei è partito tutto» dice, guardando quella ragazzina che chiama «amore della mia vita», quasi una figlia per lui che di figli non ne ha. 

Il destino di queste persone ha incontrato anche la generosità di Salvatore che ha messo a disposizione parte della sua struttura, sottraendola ai suoi affari. «Lo faccio perché sento di farlo, anche grazie a qualche azienda che si è messa a disposizione per fornirmi qualcosa di utile per la permanenza di queste persone da me» racconta il titolare di Torre San Magno. Le forze di Salvatore, però, sono limitate. L'intervento di chi ha beni di prima necessità o chi volesse contribuire al sostentamento delle persone che oggi alloggiano da Salvatore è più che mai gradito. 

Giulio, invece, è lì con loro e non li ha mai lasciati in tutto il tormentato percorso dall'Ucraina a Corato. Non ci rivela i suoi progetti ma l'idea di aiutare ancora chi ha bisogno non lo lascia un secondo. «Ho ancora qualcosa a disposizione, c'è tanta gente che mi chiede aiuto» dice. Due affermazioni apparentemente scollegate tra loro ma che rivelano, senza difficoltà alcuna, le intenzioni di quell'uomo che ha scelto di non rimanere indifferente dinanzi alla sofferenza di chi lo ha accolto e considerato uno di famiglia, anche se a migliaia di chilometri dalla sua terra natia. 

martedì 8 Marzo 2022

(modifica il 17 Maggio 2022, 16:12)

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