Cultura

Pietro Stragapede presenta “‘Nzia-mè”

Veronique Fracchiolla
Veronique Fracchiolla
Sabato sera, alle 18.30, in Pinacoteca Comunale, reading della nuova silloge del maestro con accompagnamento musicale di Gennaro Sibilano. Guida alla lettura con Anna Maria Curci e Vincenzo Luciani
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Ci sono espressioni che racchiudono, in poche parole, l’essenza di un popolo, la sua storia, le sue credenze e le sue speranze.

A Ruvo di Puglia depositaria di questi valori è una piccola formuletta, che fonde preghiera e scongiuro: ‘nzia-mè, “non sia mai”.

Due piccole parole che danno il titolo all’ultima silloge del poeta vernacolare ruvese Pietro Stragapede, quarant’anni di insegnamento alla scuola elementare “Bovio” e una vita che si intreccia al sole, alla pioggia, alla terra murgiana di cui è cantore.

Sabato 23 novembre, alle 18.30, nella sala conferenze della Pinacoteca Comunale di Arte Contemporanea “Domenico Cantatore”, Stragapede farà un reading della sua opera, accompagnato dalle musiche del Maestro Gennaro Sibilano. A condurre l’evento Nadia Zifarelli e a introdurre il pubblico nel mondo e nell’estetica del poeta ruvese i poeti Anna Maria Curci e Vincenzo Luciani che è anche editore. Entrambi hanno curato rispettivamente la prefazione e postfazione.

L’evento è organizzato dalla Pro Loco di Ruvo di Puglia ed è patrocinato dal Comune di Ruvo di Puglia e da Unpli Puglia.

Un contenitore ideale, quello che accoglie la presentazione della silloge: sulla copertina del piccolo libro – circa 60 pagine – un paesaggio murgiano del pittore ruvese Mauro Grumo, le cui tele fanno parte del patrimonio artistico custodito nelle sale dell’ex Convento dei Domenicani.

Un segno del grande amore del poeta per la sua città: anche su altre sillogi, sono raffigurate tele e acquerelli di pittori ruvesi, di cui alcuni suoi amici come “La collana de fofe de cuzzue” (Pegasus Edizioni 2012) con un acquerello di Aldo Mastrorilli.

«Amo i colori, i sapori, i profumi, gli umori di Ruvo di Puglia, della Murgia di cui sono innamorato e la mia poesia parla di loro. E il dialetto ha una sonorità unica, meravigliosa nonostante lo svantaggio di essere compreso spesso solo da chi lo parla. Amo scrivere in vernacolo perché il dialetto esprime con maggior vigore la ruvesità. Quando traduco le mie poesie in italiano, avverto un senso di perdita, come una diluizione di forza e significato».

Lo incontro in Pro Loco, tra periodici, vecchie edizioni e vecchie collane di riviste dedicate ai costumi e tradizioni delle città italiane. Un ambiente un po’ d’antan eppure palpitante, un’atmosfera che si addice a Stragapede il quale porta i segni del sole e della terra, come tutti i ruvesi in fondo, una ruvidità temperata dalla dolcezza di chi è stato a contatto coi bambini. E ben a ragione scrive il poeta garganico dialettale Vincenzo Luciani che ha curato la postfazione: solo chi è stato maestro può creare una poesia come “L’è scritte u vinde – L’ha scritta il vento”, dove un elemento naturale crea parole nel cielo, lasciando che le lettere turbinino e compongano parole dai significati diversi e meravigliosi.

« Essere maestro è una fortuna e i bambini ti contagiano con la loro freschezza, curiosità , poesia. Ancora oggi mi chiedono di andare alla Bovio – dove ho insegnato per quarant’anni – , a insegnare il dialetto. Per i bambini ho realizzato drammatizzazioni e spettacoli in vernacolo e ho scritto “Felastruocche tra vinde e saule”. E sa una cosa? Il premio più bello l’ho vinto l’anno scorso quando due classi quinte della Bovio parteciparono al concorso “Salva la tua lingua locale -sezione scuole”. Scrivemmo poesie dedicate all’ulivo, agli Otto Santi, ai nostri prodotti enogastronomici: ci classificammo al primo posto».

E ricordando gli Otto Santi cui ha dedicato una intensa poesia vernacolare nella silloge “La semmone sande a Riuve” nel 2017, Stragapede ricorda questo episodio emblematico della potenza del dialetto.

«Non avevo ancora dato alle stampe la poesia: decido di farne omaggio alla Confraternita Opera Pia San Rocco. Chiamo il priore e glielo comunico. Lui mi invita a una riunione confraternale per la consegna. Mi reco lì e, dinanzi a tutti, leggo la poesia. Terminata, un anziano confratello si leva ed esclama: “Professo’. Si vist ce belle cause se potene screive n dialiètte…e veu ne div mazzot ce parlaim in dialiètte (Maestro. Hai visto quante belle cose si possono scrivere in dialetto…e voi ci picchiavate se lo parlavamo)». Fu divertente ma emblematico dello scetticismo a considerare il dialetto meno nobile della lingua italiano. Eppure nel dialetto c’è la nostra storia, ci sono le nostre radici. Le nostre mamme cantavano la ninna nanna in dialetto».

Stragapede ricorda anche che, nella quadrilogia del pane – Pone e alèive (Pane e olive, 2009): Pone e pemedore (Pane e pomodoro 2009); Pone e cepuodde (Pane e cipolle 2010; Pone assutte (Pane senza companatico 2011) ha allegato dei cd su cui ha registrato i suoi reading. Un successo tanto che un suo caro amico gli ha confidato di aver regalato a un conoscente, ruvese immigrato in Belgio, uno dei cd: se neè innamorato perché la sua voce gli ha fatto rivivere le caldi estate murgiane, col diavolo meridiano tentatore; i pungenti inverni; i dorati autunni dai profumi forti; la sua luna (Tene u rizze a la liune</i>); la sua città.

Stragapede dà un’anima alle piante e ai fiori murgiani; all’ulivo – la gammiètte, simile a una bambina che piange perché strappata al calore del sole e della sua famiglia, per essere portata, mutila, nel nebbioso Nord; o il fiore del melograno capace col suo arancione senzetèive dare conforto nei giorni tristi; alla rotièlle di una bicicletta; alle orchidee murgiane.

Stragapede canta il legame indissolubile tra uomo e piante, uomo e animali, uomo e Dio e “ ‘nzia mé nu uagnaune sénza pallone/ ‘nzia mé na meniénne ca pérde u attone) n’zia mé u arcobaléne senza cheliure/’nzia mé na scernote tott-alla schiure” – non accada mai che un ragazzo perda il pallone/ non accada mai che una bimba perda il papà/ non accada mai un arcobaleno privo di colori/non accada mai una giornata completamente buia”. Ma soprattutto “ ‘nzia mé ù dialiètte more”, non accada mai che il dialetto muoia perché perderemmo la nostra identità e unicità.

venerdì 22 Novembre 2019

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