Cultura

«Il futuro ostello restituisce alla città un edificio in luogo destinato all’accoglienza pubblica»

La Redazione
​Lo spiega il professor Iurilli: «In via Ostieri sorgeva un albergo, anzi l'albergo per antonomasia della città. E che quell'albergo torni a esistervi è iniziativa di apprezzabile impatto culturale»​
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L’ostello nell’edificio tra via Ostieri e
piazza Le Monache, (molto) prima che possa eventualmente diventare realtà, ha
già scatenato in città un interessante quanto stimolante dibattito culturale. Poco
dopo l’annuncio dell’Amministrazione comunale, è stato Cleto Bucci a dire la
sua per precisare in particolare il fatto che non sorgerà in un ex monastero dei
Benedettini, in quanto il “Monastero di San Matteo sotto la regola di san Benedetto” era riservato solo al ramo femminile. Una struttura, tra l’altro,
di cui da tempo non esisterebbe quasi più traccia.

Oggi sull’argomento interviene un altro
ruvese illustre, il professor Antonio Iurilli, ordinario di Letteratura
italiana e titolare dell’insegnamento di Bibliologia presso l’Università di
Palermo.

«Indipendentemente dall’incerto (forse
inverosimile) corrispondersi topico fra la struttura ricettiva che il Comune
intende realizzare nel cuore del borgo antico, e i presunti resti, riadattati
nel tempo, di un antico convento benedettino – ci scrive -, l’idea di
realizzare una struttura ricettiva in quella strada che la toponomastica
moderna denomina “via Ostieri”, restituisce comunque alla città un edificio in luogo
storicamente destinato, appunto, all’accoglienza pubblica.

Chi, infatti, oggi riesce ancora a conservare
la memoria dell’originaria toponomastica della città non violata da brutali
riscritture postume (veri attentati, non meno degli scempi urbanistici, alla memoria
urbis
), ricorda certamente che il nostro dialetto intitola l’attuale “via
Ostieri” (erroneamente glossata da una moderna storia cittadina come “via dove
esercivano le osterie”) con la suggestiva locuzione “ret-u stìre”,
ovvero “dietro l’ostiero”. “Ostiero” è parola dell’antico toscano
(volgarizzamento del latino hospitarium), che identificava un luogo di
accoglienza che la città metteva a disposizione dei forestieri: un “ostello”,
appunto. La locuzione dialettale conserva, dunque, icasticamente la memoria del
luogo in cui sorgeva l’albergo cittadino, e che l’attuale “via Ostieri” lambiva
lungo il lato posteriore. La locuzione è peraltro attestata anche nell’Istituto
della Bagliva, e dunque il suo terminus ante quem è anteriore al XVI
secolo. Che, del resto, Ruvo fosse in grado di offrire ospitalità notturna ai
viaggiatori lo fa intendere già Orazio nella celebre satira V.

La locuzione dialettale conserva e ci
consegna, insomma, una preziosa testimonianza toponomastica: che in quel luogo
sorgeva un albergo, anzi l’albergo per antonomasia della città. E che
quell’albergo torni ad esistervi all’interno di un progetto di recupero
dell’antica mappa odeporica della Regione, è iniziativa di apprezzabile impatto
culturale, nella speranza che, al netto dell’opulento finanziamento lucrato, lo
sia anche di proficuo impatto economico e soprattutto sia toccata dalla rara
grazia di una intelligente gestione», conclude.

giovedì 25 Luglio 2019

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